10 marzo 2017

Lauree

Lauree e Papiri

Quello che in un qualsiasi collegio universitario, e che in particolare nel “Lager dello studio” (come il direttore Granello lo ha amabilmente definito in una riunione per l’apertura dell’anno accademico), non può mancare è la sicurezza di poter festeggiare ogni anno qualche nuovo laureato, un nuovo termine di paragone per i più giovani, un altro che ce l’ha fatta e, “se ce l’ha fatta lui, perché io non devo riuscirci”, pensa la matricola dal libretto ancora illibato con una boria che i “vecchi” non hanno ancora evidentemente scoraggiato. Accompagnare un compagno di collegio nei giorni che precedono la proclamazione è stimolo per tutti, è gioia da condividere senza invidia, ed è poi occasione per preparare una festa che interrompa la monotonia delle settimane di lezione, in periodi di relativa calma nel corso dell’anno accademico, pensando in particolare alle sessioni di laurea autunnali e primaverili, che rappresentano il riposo del guerriero dopo le sessioni d’esame di settembre e febbraio.

Quando il candidato comincia a sentirsi stranamente escluso dai programmi della serata, significa semplicemente una cosa: la sua presenza non è diventata improvvisamente di peso ai compagni più vicini, agli amici più stretti; è invece cominciata quella gustosa tradizione della stesura del papiro.

“Ah, la tauromachia”, esclamerebbe un comico noto ai più giovani. “Ah, il papiro”, esclamo io con un senso improvviso di nostalgia, al pensiero di tante serate passate a ridere e scherzare nella preparazione e la stesura di un papiro di laurea.

Da matricola si viene assoldati come manovalanza per le mansioni meno nobili: la copia degli altissimi versi sul lucido, la scrittura dell’intestazione con i due immancabili bucrani a sentinella del nome del candidato, la corsa per portare a stampare il lucido, rigorosamente il giorno stesso della proclamazione, nonostante ad ogni occasione ci si riprometta di non arrivare con l’acqua alla gola all’ultimo giorno, o meglio all’ultima notte. Il passo successivo è aiutare gli amici del laureando a mettere in rima gli episodi salienti della vita, soprattutto collegiale, del promesso dottore. In questo modo, quando arriva la laurea di un coetaneo si possiede un’esperienza di numerosi papiri, ed è più facile evitare incidenti diplomatici che come la cronaca recente ci ha insegnato possono portare a conseguenze al di là del buon gusto e del senso della misura.

Nella lettura del papiro in occasione della mia laurea, nonostante i versi fossero simpatici, quasi per nulla imbarazzanti e con la giusta dose di becera goliardia, mi è mancata soprattutto una cosa: il ritrovare rime composte da me personalmente, o che mi ricordassero quei ritrovi notturni attorno al focolare (la biblioteca o qualche auletta) in cui, come nelle società rurali, i vecchi si ritrovano a raccontare tra di loro e per i più giovani gli episodi vissuti direttamente o che altri vecchi hanno a loro volta tramandato, secondo una tradizione orale che consente distorsioni e iperboli capaci di far diventare un episodio per nulla importante un pilastro nelle leggende metropolitane costruite sulla storia ormai decennale del collegio. Il papiro infatti si costruisce proprio su questo: su una giusta dose di verità e fantasia, di eleganza e… goliardia, di affetto e di critica nei confronti del laureando.

A laurea finita, a festa di laurea finita, passato anche un po’ di tempo per smaltire l’euforia del momento, arriva la telefonata di don Ivo, per organizzare la cena in collegio per i laureati della sessione. Questo momento, tanto agognato negli anni precedenti alla vista degli ex compagni ora dottori, viene poi vissuto con una punta di amarezza: sì, è proprio finita, la vita è cambiata, e come spesso don Ivo ricorda nella Messa che precede la cena con i parenti, è il momento di restituire alla società quanto con gratuità tutte le persone che hanno contribuito alla nostra maturazione ci hanno dato negli anni, soprattutto per chi, come tanti di coloro che sono passati per l’esperienza del Gregorianum, ha potuto concentrarsi nello studio senza dover pensare al proprio mantenimento come altri studenti sono costretti a fare.

Alessandro Lanza
Studente al Gregorianum dal 1996 al 2002
Presidente degli studenti nell’a.a. 1998-99