10 marzo 2017

Il Coro

Piccolo coro del Gregorianum

Il cantare in coro è un’esperienza che ben si sposa ad ogni comunità: la presuppone e spesso ne diventa una felice manifestazione. Anche nella nostra piccola famiglia, da sempre, gruppi di studenti si ritrovano spontaneamente per cantare assieme. L’animazione liturgica per un verso e le feste di laurea dall’altro costituiscono i luoghi elettivi per tale attività. La tradizione, mai interrotta, di insegnare il Gaudeamus alle matricole appena entrate in collegio e di cantarlo con orgoglio nei momenti comunitari, caratterizza i Gregoriani. Più volte quando questo canto è risuonato nei rifugi alpini, tra lo stupore e l’ammirazione della maggior parte dei turisti, a noi si sono uniti sparuti gruppetti di alpinisti stranieri. Negli anni 90, però, sono nate, in momenti diversi, due iniziative con un carattere più organizzato, che alla gioia del canto hanno accompagnato la fatica dello studio e delle prove, come testimoniano i contributi dei “maestri” Collarile e Schivo.

Spigolature di un’avventura canora. Il coro del collegio 1992-96

Ricordo chiaramente il sorrisino del dott. Granello all’annuncio che avrei ridato vita al coro del collegio. Un’istituzione mitica, di cui si favoleggiava un passato glorioso, e che almeno per questo meritava di essere ripresa. Quali i suoi obiettivi, stava a me decidere: e da studente di conservatorio (oltre che di Lettere) non potevano che essere la più seria e rigorosa polifonia sacra, oltre ovviamente al canto gregoriano.

La querelle rinascimentale tra “stil antiquo” e “stil moderno” è niente a confronto dell’annosa disputa creatasi nel gruppetto di volonterosi Gregoriani, solo apparentemente interessati a dedicarsi alla sublime arte del contrappunto cinquecentesco. La reazione alla mia prima proposta (un mottetto di Orlando di Lasso) non fu delle migliori. Se il prezzo da pagare per sacrificare un dopocena era questo, mi dissero, il “coretto” non avrebbe fatto molta strada. Ho sperato fino in fondo nell’appoggio dei pochi esponenti che difendevano ancora a spada tratta la musica classica in collegio: ma, ahimé, tra questi non erano molti quelli che volevano dedicarsi al canto. Così, le speculazioni algebriche con Marchesini sulla suddivisione del semitono temperato, quelle metafisiche con Mendola e Rouge sull’architettura polifonica nella musica di Bach, oppure gli interminabili esercizi per violino di Guerra, non mi aiutarono a condurre il coro sulla retta via di un serio impegno polifonico. Potevo identificare nettamente almeno due tendenze: quelle “montanare” della vecchia guardia, in particolare nell’asse vicentino-veronese-bellunese composto dal Massenz, dal Rinaldo, dal Cume e sostenuto calorosamente dal Beppe; e una “modernista”, ben più insidiosa, che agiva trasversalmente e che trovava linfa vitale in un gruppetto peraltro ancora di giovani matricole (Borgo & c.).

Quello che succedeva nel coro era solo la punta di un iceberg: la posta in gioco era la musica con cui accompagnare le liturgie “gregoriane” del mercoledì sera. Da quando nella cappella del collegio era improvvisamente comparso un organo, il ricorso a repertori “chitarrabili” aveva subito una drastica limitazione. Se si considera poi che l’organo aveva preceduto di alcuni anni l’arrivo in collegio dei primi computer a disposizione della massa di studenti di ingegneria che da sempre ne affollano le stanze, è facile immaginare quale fosse l’atmosfera che regnava attorno al nuovo strumento liturgico, secondo alcuni una vera e propria operazione di oscurantismo musicale. Il teorema “Tu fonte viva” mi costò un terribile processo, in cui a nulla valsero le difese dell’ormai affermato avvocato Gianni Gozzi. Non ho mai dubitato che il problema fosse essenzialmente di natura teologica, più che estetica: perché mai si sarebbe dovuto cantare un corale protestante? Eppure il dubbio mi rimane, perché anche alla polifonia più ortodossa i miei parevano essere un po’ riottosi.

A suon di concessioni, “Me compare Giacometo” divenne l’hit di un gruppo la cui più grande aspirazione era cantare a squarciagola in qualche rifugio alpino o durante l’annuale festa del collegio (particolarmente ambiti i complimenti dello staff delle signore della cucina). Grazie all’affiatamento di alcuni esponenti, vuoi per doti canore (come non ricordare il Cume e il Kobra, due ugole d’oro! Non me ne vogliano il Cucco, Rinaldo, Dino, Vittorio, Stiz, Bastianello, Montin, Fasoli, Bortolan, il Tuzza e tutti gli amici che partecipavano saltuariamente alle prove per il troppo studio), vuoi per seri interessi musicali (del Beppe e del sottoscritto, in primis), riuscimmo anche a raggiungere qualche risultato degno di menzione. Sebbene in formazione ridotta, per un concerto improvvisato alle due del mattino sotto i portici dei Servi ricevemmo il plauso incondizionato di tutti i vicini (oltre che della locale polizia). Ma l’apice del successo lo raggiungemmo con la registrazione effettuata presso il teatro di Schio. Il coro pareva essere sul trampolino di una folgorante carriera canora. Una dopo l’altra, registrammo le canzoni del nostro primo album: “Se ‘l mare fosse de tocio, olalilala, e le montagne polenta, olalilala…”, “Son pien de peo, son pien de peo…” e i molti successi goliardici che da sempre accompagnano le lauree patavine dei gregoriani-doc (per maggiori dettagli, Pecchini è sempre a disposizione). Quindi, dopo la fatica, accompagnati dalla migliore rappresentanza studentesca del Greg (leggi l’Albertone, ancora studente) ci dirigemmo sui Colli per un’indimenticabile cena di bigoi (mi pare fosse “Vento” il nome del paese, che definisce solo in parte la bufera di vento, pioggia e cos’altro che ci ha accompagnato). Di questo impegno conservo ancora una cassetta audio (fuori commercio) che testimonia in pieno dei vertici vocali raggiunti dagli allora studenti del Gregorianum.

Nel cambio generazionale, l’anima “modernista” pare aver avuto il sopravvento anche su quella “montanara”. “O tempora, o mores”, esclamerebbe il buon Codognotto, invocando i suoi trascorsi da Farinelli: ma questa è storia recente, e la lascio raccontare a chi l’ha vista e cantata.

Luigi Collarile
Studente al Gregorianum dal 1991 al 1998


Il coro… 4 anni dopo

L’idea di far “rivivere” il coro del collegio non è propriamente nata, ma è stato un qualcosa in divenire: mi sembra di ricordare che già durante il mio primo anno c’era un qualcosa di non ben costituito, che, uscendo dallo stretto ambito dell’animazione liturgica, cercava nell’intrattenimento vocale un suo motivo d’essere. Tutto ciò, d’altra parte, mancava di finalità, coinvolgeva un numero molto ristretto di persone, per lo più già legate alla musica, di cui peraltro non posso ricordare che qualche nome, e soprattutto mancava di responsabilizzazione e quindi di organizzazione.

Devo dire che in quegli anni continuavo a frequentare il Coro del liceo G. B. Ferrari di Este, cui ancora mi sentivo legato, data l’usanza da parte degli “accademici” di continuare a frequentare ancora per qualche anno l’ambiente liceale, oltre che appunto per continuare il progetto “canoro” iniziato, forse anche un po’ per nostalgia. Ebbene, spesso il repertorio comprendeva brani non propriamente scritti per un coro misto, qual era appunto quello del liceo: gli stessi brani, cantati da cori maschili, mi “suonavano” in modo diverso, anche se non sempre e necessariamente migliore.

Vista anche la disponibilità vocale riscontrata tra i ragazzi, qualcosa ha iniziato a muoversi all’inizio del mio terzo anno, complice anche l’appoggio di alcuni nuovi elementi. Da subito mi era apparsa chiara la difficoltà di coniugare, oltre che i brani di repertorio alle effettive potenzialità del gruppo, soprattutto tempi e modi degli incontri agli impegni e agli intrattenimenti di ciascun componente. Per chiarire meglio questo concetto, devo ricorrere ad alcuni numeri: in un collegio di 60 persone, radunare un gruppo (già chiamarlo coro sarebbe troppo!) di 15 persone amanti del canto è quasi un’impresa. D’altro canto, le 45 persone rimanenti sarebbero andate più che bene come pubblico! Ora, poiché i brani affrontati prevedevano arrangiamenti a quattro voci, la matematica impone dai tre ai quattro elementi per reparto (questa condizione è stata in pratica realizzata anche con l’adattamento di qualche componente a cantare con un’estensione non perfettamente propria). Tornando quindi alla matematica, allorché un tenore primo, il cui reparto era composto da soli tre elementi, doveva rimanere assente in una serata di prove, l’equilibrio globale del coro risultava già fortemente compromesso. Inoltre, anche ammettendo statisticamente l’assenza di un solo elemento per voce, per un totale di quattro componenti, l’organico del coro risultava ridotto del 27%!

La mia posizione di guida non è sempre stata facile: i ragazzi hanno davvero dimostrato un grande impegno nell’essere presenti in maniera veramente assidua alle prove. Più che comprensibilmente, dopo una giornata intensa di studio, specie se in sessione di esami, qualcuno sarebbe volentieri andato a letto, piuttosto che fermarsi a provare fino ad ore tarde della notte. Penso d’altronde che proprio gli incontri di prova siano il punto debole di ogni formazione coristica, in quanto spesso si canta un reparto per volta, fino a che non si acquista sicurezza: per garantire la giusta attenzione e concentrazione da parte di chi sta cantando è infatti necessario che gli altri limitino il parlare fra di loro, l’andirivieni ed ogni altra fonte di distrazione per i colleghi, cosa che riconosco in primis non sempre facile alla fine di una giornata.

Diversi sono stati i criteri per la scelta dei brani del repertorio: inizialmente sono stati affrontati i pezzi più noti di De Marzi e Malatesta (Signore delle Cime, Ave Maria, A planc cale il soreli, La vien giù da le montagne) e le tipiche cante natalizie (Puer Natus, Adeste Fideles, Stille Nacht, Go tell it to the mountains); poi, una volta presa coscienza di limiti e potenzialità dell’organico, l’attenzione si è rivolta anche a brani più articolati (Come Fosse Morto il Mondo, Improvviso, Inno alla gioia, M’accompagna il canto mio) e d’effetto (La Strada Ferata, Gaudeamus igitur). Ricordo che il gruppo ha risposto molto bene fin da subito all’apprendimento dei brani: già dopo pochi mesi potevamo contare su di un repertorio di una decina di brani.

D’altra parte si stava manifestando quella che era stata una delle mie perplessità iniziali: risultava difficoltoso mantenere unito il gruppo senza un preciso obiettivo, una scadenza, un qualcosa che mantenesse viva la partecipazione agli incontri di prova, altrimenti, scemato l’entusiasmo iniziale, visti come sterile perdita di tempo.

Fu per questo che, fin dall’inizio, mi dedicai nella ricerca di occasioni di “esibizione” che potessero motivare l’impegno dei partecipanti: nei tre anni di attività, prima delle feste natalizie il coro riuscì a ritagliarsi lo spazio per l’esecuzione di qualche brano, così da mostrarsi al pubblico “interno”. Apparizioni aperte al pubblico di più vasta scala si ebbero poi nel gemellaggio con il coro femminile del collegio Mazza (1 giugno 1999), nell’uscita extra moenia in quel di Este (9 giugno 1999) in cui il coro esibì in concomitanza con il coro del liceo G. B. Ferrari, diretto dal prof. Bettin, e infine in occasione dell’anniversario dei 50 anni di ordinazione di don Ivo (11 giugno 2000).

L’esperienza di questa seconda edizione del coro durò pertanto circa due anni accademici. L’anno successivo, avendo già il sentore che qualcosa stava cambiando nelle motivazioni del gruppo, a causa del ricambio delle presenze in collegio e anche forse per altri miei nuovi progetti in ambito musicale, feci un sondaggio per sapere quanti avrebbero aderito con costanza ai progetti del coro: dato l’esito negativo dell’interrogazione, seppure con delusione da parte di qualche volenteroso, gli incontri del coro furono sospesi.

Mi rammarico di non aver provveduto alla realizzazione di qualche registrazione, richiestami più volte da qualcuno dei ragazzi del gruppo e sempre procrastinata, nell’attesa dell’occasione giusta: l’eco di quelle voci continuerà d’altra parte a rimanere presente nei miei ricordi, come spero nei ricordi di coloro che con me del coro furono testimoni, sia da protagonisti come da spettatori. Mi sento infine, vista l’opportunità offertami, di esprimere un ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito con la loro presenza (e soprattutto pazienza nei miei riguardi!) alle passate attività del coro.

Matteo Schivo
Studente al Gregorianum dal 1996 al 2001