10 marzo 2017

Don Costa e la FUCI

”Don Costa” (monsignor Franco Costa 1904-1977) è stato l’ispiratore di questa opera a servizio della formazione della gioventù universitaria. Ha coltivato l’idea e ha sostenuto la decisione di creare questo collegio universitario trovando l’ambiente favorevole: sono testimone dell’incontro nella sede vescovile di Padova, a metà degli anni ’50 del secolo appena terminato, tra don Costa e monsignor Girolamo Bortignon allora vescovo di Padova. Un breve incontro che sanzionava la decisione, auspice la generosa lungimiranza del vescovo, la tenacia illuminata del sacerdote, il ”sistema pedagogico della Fuci”. Non ultimo l’appoggio decisivo di monsignor Montini, allora in Segreteria di Stato, che sosteneva nelle ”retrovie” ogni iniziativa importante della Fuci. E’ stata un’alleanza feconda. Poi tanti altri collaborarono, in primis don Ivo che fu il motore instancabile dell’opera.

Chi è stato don Costa? Per chi non sa niente di lui è utile riportare ciò che ha scritto un intellettuale di grande livello (Vittore Branca) in anni lontani: ”… non si può ricostruire compiutamente la storia civile – del dopoguerra ’45-’48 – non soltanto la storia del movimento cattolico italiano ma la storia civile, senza fare riferimento a tre grandi personalità: Guano, Costa, Bartoletti…”. Branca si riferisce ovviamente alla ”storia del profondo” di lapiriana memoria, cioè agli indirizzi culturali e spirituali che incidono sulla vita degli uomini e preparano e conducono gli eventi storici significativi, di lungo periodo. E il cardinale Marco Cè, che lo ha conosciuto a fondo, rafforza la dichiarazione di Branca quando afferma ”… la vicenda ecclesiale di mons. Franco Costa (dagli anni ’20 agli anni ’70) esprime la parabola storica del laicato cattolico italiano prima e dopo il Concilio Vaticano II…”.

Don Costa in realtà ha costruito in Italia, con stile personalissimo e infaticabile, come nessun altro – dagli anni del fascismo e di Pio XI, prima con iniziativa riservata, poi sempre più apertamente, sino al periodo degasperiano e al Concilio Vaticano II – uno straordinario tessuto di amicizie, a partire da quella con mons. Montini, futuro Papa, tessuto spirituale fortissimo che ha legato intere generazioni a servizio della Chiesa e dell’Italia. Intendendo per amicizia ”l’attuazione della propria vita al servizio di tutti”; ”essere amici – egli diceva – è scambiarsi la parte migliore di sè…”. Così come Montini, che sosteneva che l’amicizia è ”competizione nel bene”. Scambiando questo dono ha costruito un metodo di alta pedagogia, con coerenza, con sacrificio, con sapienza cristiana. Sin dai primi anni giovanili come presidente del gruppo della Fuci di Genova (1925) poi dopo la laurea in legge, diventato sacerdote nel 1931, nel ruolo di vice assistente nazionale della Fuci per lunghissimi anni dal 1933 al 1955 e dal ’55 sino al ’63 come assistente. Nel ’63 fu per breve tempo vescovo di Crema; poi di nuovo a Roma come assistente generale dell’Azione Cattolica Italiana (1963-1972) realizza con Vittorio Bachelet, e in attuazione del disegno di Paolo VI, la riforma degli statuti e l’avvio di quella ”scelta religiosa” tanto preziosa e anticipatrice quanto incompresa e combattuta da molti dei contemporanei e non solo.

Predicò e attuò nella propria vita quello che si può definire il suo principio formativo ed educativo: ”… Dio chiede una cosa sola all’uomo, questa immensa cosa: che gli consenta di amarlo”. Ha vissuto questa spiritualità – Fausto Montanari ha scritto che egli è stato una ”pedagogia vivente” – ”fortemente unificato nella fede”, nel rispetto, anzi nella difesa attiva della laicità, con una infinità di interlocutori credenti e non credenti, nei più diversi ambiti della società italiana. Ha fatto storia perchè concentrato nella ”sua essenziale linea di forza” – come ha scritto Vittorio Bachelet che gli è vissuto a fianco per tutta la vita – nella convinzione coltivata e vissuta che ”la vita cristiana è un si coraggioso, con necessarie rinuncie, alla iniziativa di Dio”. Il cardinale Marco Cè ha scritto che ”il tono di don Costa è quello di chi, quando parla, è in ascolto: in ascolto di Dio e dell’uomo”. Don Costa ha fortemente creduto che ”il rapporto più diretto e autentico che passa tra un uomo e un altro uomo passa per Dio…” e che ”Dio ha disegni di grandezza per ogni uomo…”. Egli credeva davvero che ad ogni uomo era offerta la ”vocazione primaria alla santità”, convinzione enunciata fin dagli anni ’40 (in largo anticipo sulla dichiarazione conciliare della Lumen Gentium) e che nella risposta a questo primario invito si attuava la risposta più piena anche ad ogni altra vocazione particolare, per assolvere i doveri specifici di ogni stato di vita, di ogni professsione e attività umana. Sitia Sassudelli ha ricordato che ”l’educazione che don Costa dava era ad una comune spiritualità fondamentale, capace di sostenere forme diverse di vita cristiana e di servizio alla Chiesa. Alla sua scuola trovarono modo di maturare vocazioni alla vita contemplativa e alla vita politica, alla famiglia e all’Azione Cattolica, alla professione e al sacerdozio”.

Egli ha vissuto tante esperienze particolari perchè ”il cristiano è obbligato a occuparsi di tutto” – diceva – aperto a tutti i contatti, senza venirne condizionato. ”Il cristiano è un indagatore umile e paziente delle forze buone, dei germi di bene presenti ovunque nel mondo” (cfr. ”I semi del Verbo” della Evangelii nutiandi di Paolo VI, del 1975).

In questo senso è stato un educatore, senza timori, anche all’impegno politico. Convinto che ”ogni volta che l’uomo cresce interiormente, religiosamente, culturalmente, il mondo e la storia progrediscono”, ”che ogni anima che si eleva, eleva il mondo”, che ”sono le virtù morali che consentono di fare grande la politica” e che – siamo nel ’58 – ”non sarà mai perdonato ai cattolici di fallire sul piano morale”.

Il segreto più alto della sua vocazione sacerdotale, della sua paternità e fraternità spirituale nasceva da una ”fondamentale paura… di guastare l’opera di Dio”. ”Che bella cosa – diceva – quando un prete va nel luogo del giudizio che è la confessione col desiderio di capire una vita, di aiutarla, di dire la Parola di Dio e di salvezza per questa vita; e di imparare e potrà forse insegnare qualche cosa un povero prete, se impara molto da chi ha vicino”.

In questo modo egli è stato un liberatore delle energie laicali nella Chiesa e nel mondo.

Romolo Pietrobelli
Presidente centrale della Fuci dal 1949 al 1954. Già presidente dei Laureati Cattolici e del MEIC.


Cenni biografici su mons. Franco Costa

1904 Nasce a Genova il 6 giugno.
1923-27 Frequenta la Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Genova; aderisce al circolo Fuci ed entra in stretto legame con l’assistente centrale Giovanni Battista Montini e il presidente Igino Righetti.
1925-27 Presidente del circolo Fuci di Genova.
1928-31 Frequenta da esterno il seminario.
1931 Viene ordinato presbitero il 30 maggio.
1931-33 Vice assistente al circolo Fuci di Genova
1933-35 Vice assistente centrale della Fuci.
1939-43 Assistente diocesano del Movimento Laureati di Azione Cattolica di Genova.
1943-45 Coordina le attività della Fuci nell’Italia Settentrionale.
1955-63 Assistente centrale della Fuci.
1959 Membro della VII Commissione di studio sul Laicato Cattolico in preparazione del Concilio Vaticano II, a cui partecipa dalla II alla X commissione.
1963 Viene nominato vescovo di Crema il 20 aprile
1963 Viene nominato assistente generale dell’Azione Cattolica Italiana
1972 Lasciata la carica di assistente generale dell’ACI, viene eletto presidente della Commissione episcopale per il Laicato e della Commissione “Justitia et Pax”.
1977 Muore a Genova il 22 gennaio.